La lotta di classe? C’è stata e l’hanno stravinta i capitalisti.
In Italia e negli altri Paesi industrializzati, gli ultimi 25 anni hanno visto la quota dei profitti sulla ricchezza nazionale salire a razzo, amputando quella dei salari, e arrivare a livelli impensabili (“insoliti”, preferiscono dire gli economisti). Secondo un recente studio pubblicato dalla Bri, la Banca dei regolamenti internazionali, nel 1983, all’apogeo della Prima Repubblica, la quota del PIL, intascata alla voce profitti, era pari al 23,12% Di converso, quella destinata ai lavoratori superava i tre quarti. Più o meno, la stessa situazione del 1960, prima del “miracolo economico”. L’allargamento della fetta del capitale comincia subito dopo, nel 1985. Ma per il vero salto bisogna aspettare la metà degli anni ’90: i profitti mangiano il 29% della torta nel 1994, oltre il 31% nel 1995. E la fetta dei padroni, grandi e piccoli, non si restringe più: raggiunge un massimo del 32,7% nel 2001 e, nel 2005 era al 31,34% del Pil, quasi un terzo. Ai lavoratori, quell’anno, è rimasto in tasca poco più del 68% della ricchezza nazionale. Otto punti in meno, rispetto al 76% di vent’anni prima. Una cifra enorme, uno scivolamento tettonico. Per capirci, l’8% del Pil di oggi è uguale a 120 miliardi di euro. Se i rapporti di forza fra capitale e lavoro fossero ancora quelli di vent’anni fa, quei soldi sarebbero nelle tasche dei lavoratori, invece che dei capitalisti. Per i 23 milioni di lavoratori italiani, vorrebbero dire 5 mila 200 euro, in più, in media, all’anno, se consideriamo anche gli autonomi (professionisti, commercianti, artigiani) che, in realtà, stanno un po’ di qui, un po’ di là. Se consideriamo solo i 17 milioni di dipendenti, vuol dire 7 mila euro tonde in più, in busta paga. Altro che il taglio delle aliquote Irpef. Dice Olivier Blanchard, economista al Mit, che i lavoratori hanno, di fatto, perduto quanto avevano guadagnato nel dopoguerra. Sono i capitalisti dei paesi sviluppati che fanno profitti record. Il meccanismo, avvertono dal Fmi, è tutt’altro che esaurito e, probabilmente, continuerà ad allargare il divario fra profitti e salari in Occidente. La crescita dei profitti, sottolinea lo studio della Bri, “non è stato un passaggio necessario per finanziare investimenti extra”. Anzi “gli investimenti sono stati, negli ultimi anni, relativamente scarsi, rispetto ai profitti, in parecchi paesi”. In altre parole “l’aumento della quota dei profitti non è stata la ricompensa per un deprezzamento accelerato del capitale, ma una pura redistribuzione di rendite economiche”. La lotta di classe, appunto.
Basterebbe leggere questi stralci da un articolo di Repubblica [3/5/08] per capire che la democrazia rappresentativa non tiene più. E’ rimasta solo il pretesto per delegare il potere a pochi governanti che, nel nostro paese, stanno oscillando fra l’accoglimento dell’ideologia unica neoliberista, la sinistra, e il perseguimento dei comportamenti collusivi ed inefficienti, la destra. L’unica politica economica possibile in Italia consiste nel controllo dei conti pubblici. Politica economica riuscita con successo durante il governo di sinistra e non solo inefficace ma addirittura controproducente durante il governo di destra, grafici alla mano.
A questo punto ha più senso utile esporre alcune analisi in termini semplici. Il PIL può essere riletto sia dal lato dell’offerta che della domanda. I risultati nel lungo periodo coincidono ma il lato offerta è più semplice da interpretare. Le componenti posso essere attribuite alle imprese e ai lavoratori. Il progresso tecnico e l’accumulazione di capitale sono attribuibili all’impresa mentre l’occupazione e l’orario di lavoro posso farsi risalire al contributo dei lavoratori. Ovviamente sempre in termini sistemici. Confrontando i dati, fonte commissione europea, fra USA ed EMU, le imprese europee sono a debito mentre i lavoratori europei sono a credito. Poiché, contro intuitivamente, i profitti d’impresa in Europa sono superiori ai profitti d’impresa negli USA, è chiaro che si è verificato un trasferimento di reddito. Le imprese hanno accumulato profitti nonostante il contributo negativo, in termini comparativi, a svantaggio dei lavorati il cui apporto al PIL è stato, al contrario, positivo.Il trasferimento di reddito è stato recentemente ratificato da due istituzioni tipicamente neoliberiste: Bank of International Setttlement e Interational Monetary Fund (quindi World Bank). I lavoratori dipendenti trasferiscono ogni anno fra i 5000 e i 7000 euro ai percettori di profitti che, fonte ISAE, sono un sotto insieme del 10% delle famiglie che detengono il 47% del reddito. Fin qui dovrebbe essere semplice. Ovviamente questo trasferimento ingiustificato dalla classe più povera o media, alla classe più ricca, dovrebbe essere ricondotto, per equità, ai legittimi produttori di reddito: i lavoratori dipendenti.
Con la detassazione degli straordinari, in pratica, si afferma: il reddito impropriamente ed ingiustificatamente trasferito dai lavoratori ai percettori di profitto e rendita non sarà restituito o almeno riequilibrato in futuro ma per ottenerne una parte il lavoratore puo’ lavorare di più. Grazie.
In sintesi, rispetto a 10 anni fa, è necessario lavorare di più per ottenere un egual reddito in termini reali tenendo conto che l’inflazione, negli ultimi 10 anni è ai minimi. In tal modo gli imprenditori potranno surrettiziamente sfruttare la flessibilità unidirezionale ed evitare ulteriori assunzioni sia a tempo determinato che indeterminato. Un’estensione della legge 30 schiavitù biagi/maroni. Ecco perché è corretto ed etico che gli straordinari siano sottoposti a tassazione. Poiché la classe politica è votata principalmente dai lavoratori dipendenti ma propone leggi che degradano la classe che li ha votati a favore degli imprenditori e dei percettori di rendite, la minoranza degli aventi diritto al voto, è chiaro che il disequilibrio fra voto raccolto e interesse rappresentato è ormai monumentale. In termini di rappresentatività, i 100 criminali candidati ed i 70 eletti, rappresentano la classe dei delinquenti, e quindi non possono tutelare “ adeguatamente” gli interessi dei lavoratori dipendenti che li hanno votati. I restanti rappresentanti sembrano rappresentare, paradossalmente, altro.
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